Mercati finanziari oggi: una chiara fotografia della crisi delle banche italiane

Da tempo ormai la profonda crisi che ha intorpidito le banche italiane è un dato di fatto che preoccupa tanto le istituzioni europee quanto i piccoli risparmiatori e investitori italiani. Già infatti nel 2016 il Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi aveva avuto parole di cauto rimprovero nei confronti degli istituti di credito del Belpaese, che si mostravano già allora deboli e indebitate, a parte qualche nota eccezione emersa dagli stress test di luglio: nello specifico a parte Monte dei Paschi di Siena tutte le altre quattro grandi banche italiane considerate avevano raggiunto una percentuale di Cet 1 sufficiente per la Bce.

Investire soldi in banca oggi: la crisi del comparto bancario italiano

Dalla scorsa estate a oggi tuttavia sono stati molti gli episodi che hanno messo in discussione la solidità del comparto bancario italiano: dal commissariamento al probabile fallimento di Banca Etruria, passando per la discussa ricapitalizzazione proposta da Mustier a Unicredit, il fondo di risoluzione relativo a Banche Marche, CariFerrara e CariChieti, lo scandalo Mps che ancora occupa le prime pagine dei quotidiani e la recente emergenza delle banche venete. Inoltre spesso si è fatto ricorso ai soldi dei correntisti e azionisti i quali avevano impegnato i propri risparmi in azioni, obbligazioni, fondi comuni, conti deposito o piani di risparmio nei suddetti istituti, una tendenza preoccupante che come confermato da più parti ha portato oggi gli italiani a diffidare delle banche del Belpaese.

Investire oggi banche italiane
Gli istituti di credito non offrono più investimenti sicuri: il caso Mps ne è l’esempio più evidente.

Si tratta insomma di una situazione delicata e urgente allo stesso tempo, ma che come sempre è bene affrontare con razionalità e precisione: cercheremo quindi di capire insieme quanto realmente sia profonda la crisi del comparto bancario italiano rispondendo alle principali e più immediate domande che giustamente molti risparmiatori italiani si pongono. Per iniziare a comprendere correttamente questo enorme processo serve intanto partire dalle cause, e quindi dal peccato originale della crisi del 2008: vero e proprio spartiacque per il mondo della finanza occidentale, fu causato proprio dalle banche americane che avevano proposto molti strumenti derivati di matrice speculativa per guadagnare online oltre ai famigerati mutui sub-prime, che venivano concessi anche a famiglie senza alcun reale reddito. All’esplodere della bolla speculativa dunque tutti i mercati finanziari del mondo hanno tremato, non in particolare però le banche italiane che storicamente sono sempre state poco speculative. Quando tuttavia gli effetti arrivarono a farsi sentire anche sui debiti pubblici a soffrire furono proprio loro, in quanto ovviamente principali compratori del suddetto debito. Quindi come logica conseguenza il timore di questi colossali fallimenti ha portato in alto i tassi di interesse imposti sia dallo Stato che dalle banche, ma ovviamente a percepire questa crisi sono stati anche i risparmiatori e correntisti italiani a cui sono stati imposti negli anni costi e tassi decisamente maggiorati rispetto al passato.

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La crisi in Italia, la reazione dei mercati finanziari e gli effetti sulle banche

Tutto questo si ha contribuito a gettare le basi per l’attuale crisi e per la stretta economica che da anni ormai affligge il Paese, anche perché da sempre l’Italia è patria di cauti investitori molto legati alle istituzioni bancarie e al credito da loro erogato. Questo centenario legame tuttavia è stato messo alla prova dopo la crisi del 2008, quando l’Italia ha visto la peggiore recessione dalla metà del ‘900 con un crollo del Pil pari ben al 10%. Oggi certo la situazione si è parzialmente stabilizzata, ma tuttora molti dubbi assillano i risparmiatori interessati a investire oggi in banca, mentre l’instabilità delle banche italiane continua a preoccupare istituzioni e cittadini. La difficile situazione venutasi quindi a creare tra il 2010 e il 2012 nel mondo del lavoro in Italia, minato da disoccupazione, lavoro in nero ed evasione, portò molti italiani a trovare serie difficoltà nel rispettare gli impegni presi con le banche, le quali si ritrovarono quindi con milioni di crediti deteriorati insanabili e crescenti: infatti nonostante l’apparente lontananza dalla crisi il colpo dei non-performing loans è arrivato in ritardo ma potente nel Vecchio Continente, raggiungendo il suo picco nel corso del 2015. Questa preoccupante crescita dei prestiti non onorati ha portato quindi le banche ad aumentare le proprie riserve per cautelarsi e a effettuare svalutazioni in prospettiva realistica.

Investire in sicurezza, la situazione delle banche italiane
Investire in sicurezza, una certezza che le banche in Italia non riescono spesso più a garantire.

Questo perché in fase di bilancio annuale a tutti i ricavi vengono ovviamente sottratti i costi tra cui rientrano quelli operativi e fissi, come gli stipendi o gli affitti, e quelli appunto legati alle svalutazioni e ai crediti deteriorati, che quindi non produrranno facilmente alcun ricavo ma anzi probabili perdite. In generale i costi operativi costituiscono circa il 60% dei ricavi, mentre prima del 2008 la percentuale relativa ai non-performing loans si stabilizzava tra il 10-20% circa. Oggi invece questa forbice si è stretta ulteriormente, in quanto questa cifra arriva anche al 40% dei ricavi totali, andando quindi a inficiare i guadagni e l’intera sostenibilità del bilancio e del progetto economico generale. Il risultato è stato catastrofico per gli istituti di credito della nostra penisola, che si trovano oggi in perdita per oltre 62 miliardi di euro secondo i più recenti dati. Questo perché accumulando perdite diluite in anni si arriva a minacciare la stessa affidabilità della banca, che sotto una certa soglia viene commissionata dai competenti enti di vigilanza italiani ed europei, i quali decidono se investire in una ricapitalizzazione o liquidare in un fallimento. Comunque anche la statistica riguardante gli aumenti di capitale non lascia premesse incoraggianti, si pensi infatti che dal 2011 a oggi nel nostro Paese sono state effettuate ricapitalizzazioni per un valore complessivo di oltre 45 miliardi di euro.

Le banche saranno dunque in grado di offrire investimenti sicuri nel 2018?

Uno scenario insomma cupo e complesso, che abbiamo delineato e ricostruito partendo dalle prime cause fino ai più recenti e sentiti effetti. Continueremo nel prossimo articolo la nostra analisi del comparto bancario italiano, cercando di capire meglio come questo processo si stia evolvendo oggi in modo da poter prevedere che strada imboccherà in futuro nell’interesse dei risparmiatori e investitori italiani, alla ricerca piuttosto di investimenti sicuri in questi tempi spesso incerti sui mercati.

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